A cinquant’anni ho deciso che il mio prossimo grande progetto avrebbe avuto un orizzonte di dieci anni. E sarebbe stato un progetto che riconciliasse lavoro e intimità. Se hai letto la mia pagina Dietro le quinte noterai un controsenso in quest’ultima caratteristica: credo molto nella separazione tra quello che faccio per fatturare e come vivo il mio privato. Eppure questo progetto ha l’obiettivo di risolvere allo stesso tempo un’esigenza personale e fare spazio a una carriera che forse non finirà nel senso tradizionale del termine: un cohousing per anziani freelance.
Tutti prima o poi sognamo di costituire una comune
Io ho cominciato a parlarne con il mio gruppo di teatro amatoriale alla fine degli anni Novanta e queste conversazioni sono cresciute con noi, sempre più o meno simili: “mettiamo in comune i soldi, scegliamo un posto da ristrutturare, comodo ai servizi, ci mettiamo un salone per fare gli spettacoli, e poi quando saremo malati o invecchiamo ci aiuteremo a vicenda”. Col tempo abbiamo aggiunto al sogno badanti, servizi infermieristici e di pulizia, orti, e ascensori con le porte larghe.
Con chiunque parli scopro che in un qualche momento della vita, con un certo gruppo di amici e/o amiche, ha avuto un sogno simile e conversazioni pluriennali sulla falsariga di quelle che ho io. L’argomento viene fuori perché non smetto di pensarci e quindi di parlarne, anche ora che sono proprietaria della casa in cui abito, anche se ho scoperto di essere introversa e quindi di dover dosare il tempo che passo insieme ad altre persone (per la precisione pare io sia una personalità INFJ).
È così che un giorno di settembre del 2023 a Marina Romea, quando Alessandra Farabegoli ha raccontato che il Freelancecamp diventava Associazione e ha chiesto di pensare a modi per farla crescere ed evolvere, io ho urlato “facciamo la retirement community del Freelancecamp!”.
L’idea ha avuto un discreto successo, confermando la diffusione di questo sogno anche tra i miei pari. Però…
Un sogno non diventa realtà se non evolve in progetto
O come ho poi detto un anno dopo, sempre a un Freelancecamp: “le cose o sono progetti o non sono niente”. È il motivo per cui ogni anno trasformo aspirazioni e desideri in obiettivi misurabili a cui è associato un progetto attuativo. Come ho già avuto modo di specificare quando ho spiegato cosa intendo per “lifestyle design”, la progettazione non presuppone totale controllo, piuttosto una direzione e delle coordinate, per attuare la propria visione di stile di vita.
Nel caso di un pivot così determinante, quello da nucleo famigliare chiuso a membri di una comunità interconnessa con beni, oltre la direzione e alla coordinate condivisi è necessario proprio un rigoroso project management. Anche solo per dividere l’enormità dell’impresa in piccoli passi gestibili e compatibili con la vita quotidiana e il lavoro che ho (abbiamo) adesso.
Altrimenti il sogno rimane una conversazione da cena di gruppo, allettante in teoria ma apparentemente impossibile da realizzare. Perché, se ci pensi, richiede di liberarsi di tantissimi oggetti accumulati, rinunciare a spazi conquistati e abitudini consolidate, rivalutare il nostro desiderio di privacy e le dichiarazioni del tipo “I hate people” che tante e tanti di noi proclamano con un certo orgoglio. Richiede una attitudine al cambiamento che sappiamo di dover avere, di questi tempi, ma che nella realtà dei casi ci va abbastanza stretta.
Richiede, soprattutto, ammettere in anticipo che abbiamo (e avremo) bisogno di aiuto. E decidere di fare qualcosa al riguardo.
Un futuro costruito per durare
La mia abitudine di pensare al futuro mi ha insegnato tra l’altro a intercettare tendenze che possono trasformarsi in ostacoli o problemi, più avanti, e lavorare in anticipo per evitarlo. Vedere cosa succede a un parente anziano che ha una disabilità ed è senza partner o figli, osservare l’evoluzione della demenza in mia madre (che era un esempio di indipendenza e forza di carattere) come conseguenza della solitudine, ritrovarmi a disporre di tre vite di libri, arte e design accumulati da altri, ma anche essere freelance, sono un crush course in vita precaria e prospettiva.
La mia vocazione al problem solving mi ha portato negli ultimi tre anni a vivere con questa domanda in testa: “cosa posso fare per limitare il più possibile gli sprechi, la solitudine (mia e di chi amo), le controindicazioni dell’invecchiamento e crearmi occasioni di elasticità mentale?” La senior cohousing community mi è sembrata ben presto la risposta giusta.
Il bello è che risponde anche alla sfida del “dopo”, cioè a cosa succede quando non si può lavorare al 100% anche se si deve continuare a lavorare indefinitamente (perché il sistema pensionistico è allo sfascio, l’inflazione cresce più degli stipendi ecc). E un’iniziativa che ci permette di mantenere creatività e progettualità anche da senior.
Cos’è un cohousing per anziani freelance?
La crucialità del progetto infatti è quella di rivolgersi a persone che lavorano in proprio, creando un contesto dove ci sia strutturalmente spazio anche per il lavoro, in modo flessibile e se serve collaborativo.
Il modello che ho avuto in mente fin da subito ha questi pilastri:
- per senior freelance, persone quindi anche non necessariamente “vecchie” (io ambisco a entrare nel cohousing a 60 anni ma non escludo che possano entrarci persone più giovani)
- una forma di cohousing a cui arrivare dopo una buona dose di swedish death cleaning, ovvero dopo esserci liberati del superfluo o averlo messo a fattore comune della comunità, per vivere più leggere e leggeri
- una comunità di nome e di fatto in cui si possa promuovere il mutuo aiuto e tenere una struttura aperta all’esterno, dove circolano persone diverse, permettendoci di rimanere flessibili di corpo e di mente
Prendendo appunti sono arrivata nel tempo a solidificare alcuni elementi chiave per me irrinunciabili
- la presenza di spazi condivisi in cui mettere in comune servizi per efficienza (lavanderia, biblioteca, deposito attrezzi, garage, ecc), organizzare eventi, fare attività insieme, socializzare
- la possibilità di autonomia individuale, con piccole unità autosufficienti dove ci si può chiudere dentro, se non si ha voglia di interagire per un po’
- apertura sulla società con almeno due attività interne che accolgono ospiti esterni (per esempio il noleggio di sale, il prestito di libri, un bar, laboratori per bambini, ecc)
- riuso ovunque possibile, visto che ci arriviamo dopo aver accumulato di tutto e sarebbe bello per un po’ non comprare altro, ma limitarci a scambi e riciclo
- supporto reciproco, per fare del gruppo una forza
- spazi di lavoro dove continuare a fatturare e magari collaborare
Dal primo giorno in cui ho lanciato il progetto, parte delle attività di ricerca sono state esaminare gli esempi e i modelli di comunità già esistenti, da cui poter copiare o imparare, per costruire intorno a questi fondamenti.
Per ora nella nostra esperienza mancano modelli che non siano:
- cohousing estremo da figli dei fiori
- residence pensati per boomer
- strutture a conduzione rigorosamente privata e for profit
- ambienti chiusi e protetti, possibilmente in mezzo al verde e lontano dalla città
Quindi abbiamo deciso di crearlo noi.
Un progetto a dieci anni
Sono troppi dieci anni? Troppo pochi? Onestamente sono arrivata a questa deadline personale per un mix di simbolismo (i famosi sessant’anni) e pragmatismo (tempi medi di realizzazione di progetti analoghi). A distanza di quasi un anno dal kickoff posso dire che dieci anni appaiono come una unità di tempo necessaria e sufficiente a mantenere un approccio di crescita intenzionale.
Questo respiro mi ha permesso di partire piano, facendo spazio agli imprevisti della vita. Nel 2025 mi sono data poche milestone concrete:
- fare 6 incontri col gruppo di lavoro
- organizzare visite a comunità esistenti
- completare il business plan
Questo approccio favorisce un bilanciamento tra la visione di lungo termine (che viene ribadita ogni volta che facciamo recruitment o onboarding di nuove persone nel progetto) e passi quotidiani concreti (anche che sia solo creare un Doodle per fissare una call).
Il tutto per me è meravigliosamente allineato ai miei valori, che guidano ogni decisione che prendo: la curiosità per i modelli esistenti (soprattutto in Nord Europa), la visione di pensare oltre l’immediato e affrontare con proattività il futuro, e la grazia di rispettare i tempi e le persone.
Non sono sola
Perché anche se ne parlo come del “mio progetto” a dieci anni, questo è un lavoro di gruppo. Il fatto stesso che fosse un progetto di comunità per me ha significato fin da subito l’importanza di coinvolgere in ogni fase stakeholder e altre persone interessate.
Senza questa componente il progetto non potrebbe diventare realtà. Senza la condivisione di competenze, di tempo, di esperienze non andremmo lontano. Invece così facciamo le prove generali per quel mutuo aiuto che vorrei nella nostra casa del futuro.
Ecco anche perché ho deciso di scrivere un post qui sul blog. Da un lato mi piaceva avere disponibile un approfondimento pubblico a cui collegare gli aggiornamenti che offro nella mia newsletter. Dall’altro è sicuramente una case history abbastanza straordinaria del mio mix polivalente di lavori (e non a caso conto che diventi il mio lavoro futuro).
Ma soprattutto l’apertura comincia qui e vorrei raccogliere voci, esperienze e interesse. Se vuoi saperne di più sentiamoci o lascia un commento!


Ciao Barbara, sono Emanuela e cercavo da tempo traccia di questo tuo progetto di cui avevo letto e che mi era rimasto tatuato nelle sinapsi.
Anch’io parlo di cohousing alle persone che ho intorno ma fatico –anzi non riesco– a trovare persone che non ambiscano ad altro che alla pensione o che pensino che le lampade di sale rosa dell’Himalaya li preserveranno dal male… Questo, oltre a farmi interrogare su che cavolo di amici abbia, mi spinge alla domanda: c’è un modo per conoscervi / farmi un’idea / candidarmi?
Ho 59 anni, l’intenzione di lavorare per sempre e la predisposizione a farlo felicemente. Nella vita sono stata glass collecter in pub, disegnatrice archeologica in musei, insegnante di inglese, stampatrice 3D di due prototipi umani, web designer, graphic designer (il mio unico sito è riferito a questa fase geologica). Ora strategist in un’agenzia.
PS. Da non so quando, ti sono debitrice di 100 o 150 euro per un accordo in cui tu mi facevi una formazione e io ti ripagavo con qualche visual / presentazione / impaginato?
Ciao Emanuela! Ti scrivo in questi giorni con i dettagli del progetto e poi li metto anche qui nei commenti!