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Il 13 dicembre 2024 mi sono fatta fare quattro piccoli tatuaggi in una sola seduta. Tre sono scritte con la mia grafia. Quella sull’interno dell’avanbraccio destro è fatta per essere vista quando tendo la mano per stringerla a qualcuno al momento delle presentazioni. Recita, testualmente: “fuck the patriarchy!”

Cosa c’entra un tatuaggio col lavoro?

Potrebbe essere la prima domanda che ti è sorta, leggendo questo articolo su un blog professionale. Sarebbe assolutamente legittima e la voglio cogliere perché la gran parte dei motivi per cui mi sono fatta tatuare il turpiloquio addosso ha proprio a che fare col lavoro. E con l’attivismo.

La prendo un po’ alla lontana, porta pazienza. Parto dall’idea di aggiornare il mio sito web (la veste che vedi è del febbraio 2025), che mi è venuta nel 2023 per due motivi:

  1. non mi sembrava che il sito precedente riflettesse adeguatamente la mia indiscussa seniority, e per quanto non venda da anni tramite il sito, credo fondamentale avere uno spazio proprietario in cui esprimermi
  2. mi capitava spesso di incontrare colleghi e clienti uomini che commentavano il fatto che io avessi un sito “molto femminile”. E lo dicevano volendo sottolinearne un punto debole

È per questo che ho deciso di creare un sito più assertivo, più diretto, più scuro. Tutto ciò che insomma, pare, il 65% dei CEO ritiene autorevole.

L’ho fatto mettendoci dentro chi sono, i miei valori, le mie competenze ed esperienze. Senza filtri e distinguo (anche con il prezioso aiuto di riscrittura di Silvia Versari, sempre sia lodata) e con il proposito intenzionale di non censurarmi ma prendere spazio e rivendicare i miei traguardi.

Prime impressioni e come controllarle

È un approccio che decenni di condizionamento sociale fanno sì che non sempre mi riesca di persona. Per questo, in modo naturale, lavorando sul sito sono finita a chiedermi come volevo riflettere questo cambiamento del sito nella vita reale nel presentarmi, quando incontro persone nuove sul lavoro. Ho cominciato a progettare delle t-shirt con scritte (ma vorrei passare anche a dipingere vestiti). Poi mi sono detta che di tutte le informazioni che voglio passare nei primi secondi di un incontro c’è la mia posizione su temi intorno al femminismo.

Amo recitare ruoli diversi con le persone, senza mentire. È parte del grandissimo divertimento che provo a incontrare altri esseri umani. Sono come un’attrice, ogni parte che recito fa leva su una mia caratteristica, una mia verità. Trovarla e viverla è spesso entusiasmante.

In questa recitazione il tatuaggio è il mio easter egg.

Le scelte valoriali costano (e rendono)

Se non costano soldi, diceva Bill Bernbach, allona non sono veri principi. Non sono scelte importanti.

Ho fatto la scelta di questo tatuaggio con la convinzione che prima o poi mi sarei trovata a pagarne le conseguenze. A provocare fastidio, disprezzo, incomprensione, respingimento.

Oppure a generare conversazioni necessarie. Cos’è il patriarcato. Perché è ancora necessario parlarne. Perché è un nemico da combattere. Perché farlo con una forma ‘disdicevole’ non mina in alcun modo la validità della battaglia.

Ma c’è un altro aspetto, che avevo sottovalutato: una scelta così vincolante genera crescita consapevole. Scegliere di manifestare i propri valori, anche quando scomodi, ci permette di attrarre le persone e i progetti allineati con la nostra visione. Nell’ultimo anno, da quando porto il mio “fuck the patriarchy” tatuato sull’avambraccio, ho notato un cambiamento sottile ma significativo nelle mie relazioni professionali: le conversazioni diventano autentiche più velocemente, i clienti che si sentono a disagio si autoescludono, quelli che risuonano con i miei valori si avvicinano con maggiore fiducia.

E poi ho notato che mi viene più semplice fare altre scelte valoriali. Forse perché leggendo quelle parole mi ricordo di viverle consapevolmente ogni giorno. Non ho paura di ammettere che sì, a volte anche per le cose più importanti ho bisogno di un promemoria 😉

Il valore comunicativo del turpiloquio

Ricordo una puntata del podcast Happier in Hollywod in cui le due sceneggiatrici conduttrici raccontavano che dire “cazzo” in una riunione è un gesto deliberato e significativo per una donna. Un buon modo per farsi valere, per assurdo. Ne ho parlato anche a un Freelancecamp di qualche anno fa.

Amo il turpiloquio, trovo che tutte le lingue dimostrino gettiti spumeggianti di inventiva nell’esplorarne le potenzialità. Contrariamente a ciò che credono alcune persone – che usare parole come cazzo, fottesega (per me una parola unica) e compagnia triviale, sia risorsa di chi è pigro, privo di fantasia o di cultura – c’è una vis creativa nelle infinite espressioni dei campi semantici dell’insulto e delle imprecazioni, che ha del poetico, secondo me.

Nel contesto professionale, usare occasionalmente un linguaggio forte può avere un valore strategico: interrompe i ritmi consueti, rompe gli schemi, crea autenticità, segnala convinzione. Se fatto per scelta e con intenzionalità non è volgarità gratuita, ma un’affermazione potente di sé – specialmente per le donne, a cui spesso viene richiesto un linguaggio più “decoroso” rispetto agli uomini.

Questo non significa che io suggerisca a chiunque di seminare parolacce in ogni conversazione professionale. Piuttosto, invito a riflettere sul potere di abbattere certi filtri quando serve, di mostrare anche gli aspetti più grezzi e viscerali della nostra comunicazione quando possono servire a un fine più alto.

Tatuaggio e impegno: un anno dopo

A oltre un anno da quel tatuaggio premeditato, posso dire che questa scelta di autenticità ha influenzato anche il mio modo di posizionarmi professionalmente. In un mondo dove alle donne viene spesso chiesto di ammorbidirsi, di essere “più carine”, di non disturbare troppo, di non prendere spazio, la mia piccola ribellione permanente mi ricorda ogni giorno di non scendere a compromessi con la mia voce, anche quando disegno un sito web più “da uomo”.

Nelle mia consulenze di marketing, questo si traduce in strategie più coraggiose, in una comunicazione più diretta, in un rifiuto di accontentarsi di soluzioni che “vanno bene”. Perché essere autentici costa, ma rende infinitamente di più in termini di impatto e connessione con il proprio pubblico.

Per il 2025, dopo tanti anni, ho scelto anche un tema da applicare al mio lavoro: “crescita consapevole”, guidata da curiosità, visione e grazia, per trasformare l’unicità in impatto. Ok, suona molto altisonante, ma è solo perché ho cercato di far stare un concetto complesso che avevo in testa in una frase che potessi stampare su un post-it 😅 Il mio piccolo tatuaggio è un ulteriore promemoria costante di questo impegno, che mi spinge a mettere l’unicità al centro del mio lavoro. Anche quando questa unicità usa un linguaggio che non tutti approvano.

E anche se per certe persone, è solo un tatuaggio, e ormai “chiunque si fa un tatuaggio”.

p.s. Se questo articolo ti ha colpito o ti ha irritato (entrambe le reazioni sono valide!), mi piacerebbe sentire cosa ne pensi nei commenti qui sotto o scrivendomi direttamente. Le conversazioni scomode sono spesso quelle più necessarie 💙

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