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A marzo 2025, dopo un paio di anni di riflessione e diversi tentativi andati a vuoto, ho finalmente eliminato il mio account Facebook dopo 15 anni sulla piattaforma. Per assurdo è stato più semplice decidere di farlo, decidere di chiudere un canale di comunicazione che era anche l’unico che avevo con alcune persone della mia vita, decidere di escludermi dal potenziale dei gruppi, del Marketplace, di Messenger. È stato più semplice dire basta che effettivamente uscire.

Un po’ perché mi sono abituata a fare scelte consapevoli sugli spazi digitali che abito, lo ritengo fondamentale e quindi dedico a questa consapevolezza un po’ di tempo ogni anno e ogni trimestre, durante le mie pianificazioni. E un po’ perché il Leviatano Meta è cresciuto in modo così poco controllato e strategico che ora è una intricata stratificazione di regole e collegamenti che secondo me non controllano neanche in azienda.

Anche per questo ho deciso di scrivere questo blog post: per condividere le riflessioni etiche che mi hanno portato fin qui e per raccontare il processo pratico che mi ha permesso di fare seguire le azioni alle parole.

Questioni valoriali e decisioni

In questi ultimi quattro anni ho preso diverse decisioni sui social pensando ai miei valori e a come volevo sostenerli nella pratica. Nel 2021 ho chiuso il mio profilo business di Instagram e nel 2022 quello personale. Nel 2024 ho cancellato il mio profilo X (attivo dal 2009). Adesso nel 2025 ho lasciato Facebook. Resto su LinkedIn per ora. Ma forse solo Pinterest si salverà finché esiste.

Il mio rapporto con Meta

Tutto è cominciato, se devo essere sincera, con un esaurimento nervoso nel 2017, che mi ha tenuto largamente fuori da ogni canale social per oltre un anno. L’esperienza mi ha lasciato la convinzione che, per quando possano essere molto rilevanti e utili nella vita e nel lavoro, una presenza sui social network non è indispensabile. È sempre una scelta.

Anche se nato per motivi discutili, Facebook ha assolto per anni per me un compito fondamentale, permettendomi di riconnettermi a persone a cui voglio molto bene, di dimostrare il mio talento e venire ingaggiata da Mondadori per occuparmi del marketing digitale di una delle loro riviste più importanti, di aiutarmi a costruire e coltivare relazioni. Ero felice di starci.

Ma sempre di più negli anni la piattaforma è diventata un luogo insalubre, gestito da tech bro ignoranti e nel quale è più facile fare spazio al fascismo che al femminismo. Negli ultimi tre anni mi sono ritrovata a passarci sempre meno tempo, e in quelle rare occasioni a incontrare quasi solo dialoghi tra sordi, urla, foto prive di significato, tonnellate di pubblicità scollegata dalle mie preferenze e una maggioranza inquietante di fake news.

Forte dell’esperienza diretta e confortata dai pareri di esperti ovunque (cito solo Alexandra Franzen, che da anni promuove la sua attività senza canali social) dopo la pandemia ho messo su un piatto della bilancia i vantaggi di marketing, di creatività, di divertimento e di socialità offerti da Meta e sull’altro il diallineamento di valori dell’azienda rispetto a me.

Non ho dovuto pensarci molto.

Cosa ne fai dei miei dati?

Di tutte le policy Meta che disapprovo, quella che mi ha generato più disagio negli anni è stata la gestione dei dati. Vederla da dentro, nel lavoro, essere sempre più consapevole di come i meccanismi di profilazione e monetizzazione dell’attenzione hanno il potenziale di influenzare la vita pubblica, mi lascia spesso l’amaro in bocca a lavorarci.

Chiaramoci, vedo bene l’ironia e il controsenso di lavorare nel marketing e stilare strategie che coinvolgono anche l’uso dei canali di Meta, e parlarne male qui. Ma diciamo che a titolo personale sento lo scollamento tra il valore reale che queste piattaforme mi offrono rispetto al valore che ho ceduto accettando i termini di servizio. Non potendo davvero controllare cosa Meta fa delle mie foto, delle mie opinioni, delle mie scelte, posso però controllare l’accesso che io stessa fornisco.

Fare decluttering digitale come pratica di cura

La porta aperta sui miei dati che lascio con la mia presenza su una piattaforma, anche quando inattiva, richiede energia preziosa. L’energia di controllare periodicamente che non mi abbiano hackerato il profilo, per esempio, o che il profilo di una persona che conosco non sia stato hackerato da gente che poi scrive sul mio Wall (è successo). Rispondere a messaggi che ricevo su quella piattaforma. Verificare che le informazioni che ho caricato e che voglio siano visibili a terzi (perché utili) siano aggiornate.

Rimanere dormiente su una piattaforma di questo genere, radicalmente disallineata dai miei valori, è semplicemente inefficiente. Per anni ho consigliato di presidiare tutti canali principali con il proprio nome/marchio per evitare che venisse occupato da terzi, ma è una pratica che non consiglio più alle persone fisiche. Il gioco non vale la candela in un mondo in cui il traffico sociale si sposta ogni settimana e con sempre maggiore imprevedibilità.

Soprattutto, non sempre ci rendiamo conto dello spazio mentale occupato dallo spazio digitale che occupiamo. Le decisioni di esserci (quando e come), di cosa pubblicare e cosa consumare, la relazione che abbiamo con metriche e commenti, e il controllo che ci è chiesto di esercitare su chi entra (attraverso messaggi, commenti e adv) in uno spazio che viviamo come estensione di noi richiede enormi dosi di energia mentale.

Quest’anno avevo deciso di condurre il mio lavoro secondo una filosofia di “crescita consapevole”, e questo significava anche capire cosa eliminare per coltivarla e prendermene cura. Anche nel digitale. All’inizio dell’anno ho razionalizzato tanti servizi, fatto pesante decluttering di documenti e foto. Il mio account Facebook era l’ultimo tassello.

Sempre con un approccio pragmatico

Anche se è stata una scelta consapevolmente basata sui miei valori, eliminare il mio profilo Facebook non è certo l’inizio di una crociata morale. Non sono qui a predicare che dovremmo tutte e tutti abbandonare il sistema di Mark Zucherberg al suo destino (anche se lo meriterebbe). A dire il vero di norma ritengo utile monitorare gli spazi sociali più pericolosi e malsani con una presenza che faccia da anticorpi. Semplicemente, non ci stava più nella mia vita e credo sia giusto che le persone scelgano liberamente di queste cose.

Ci sono ancora tantissimi contesti in cui Facebook è uno strumento quasi fondamentale. Per esempio permette alle pubbliche amministrazioni di attivare spazi di ascolto con una fetta ampia della popolazione (boomer e senior generazione X, per essere sincera) che altrimenti è difficile coinvolgere digitalmente. I gruppi sono ancora un prezioso spazio di aggregazione se moderati. E ovviamente i programmi pubblicitari di Meta permettono di promuovere un’attività con grande flessibilità, rendendolo accessibile anche a chi ha budget minuscoli.

Ma se anche tu come me sei freelance, hai tutta la libertà di scegliere su quali canali comunicare. Il mio consiglio è di farlo con realismo e rispettando la tua individualità.

Il processo di cancellazione

Se deciderai che vuoi eliminare il tuo account Facebook qui ti racconto come ho fatto e più sotto ti lascio una checklist per imitarmi.

I primi tentativi

Ho cominciato a scaricare i miei dati in previsione della cancellazione già nel 2023. La procedura era semplice e pensavo di aspettare a uscire definitivamente per dare tempo a un paio di gruppi in cui ero di evolvere in altre forme di socialità. Per esempio il gruppo del Freelancecamp adesso è una community su Circle. Il gruppo per le serate goliardiche con gli amici/colleghi “digital cosi” creato con Gianluca Diegoli adesso ha un gruppo Telegram (ma quello Facebook esiste ancora).

Quando finalmente ho deciso che era tempo e ho provato a cancellare il mio account, mi sono persa per la prima volta nella nuova organizzazione di Meta che gestisce gli account separatamente da Facebook. Confesso che all’inizio proprio non riuscivo a trovare la funzione corretta e mi scoprivo a girare come in circolo, spedita a spasso da una piattaforma all’altra, tra Facebook, Business Manager, Centro sulla privacy, Centro gestione account…

Quando infine sono approdata all’opzione corretta e ho cominciato a navigare le finestre di chiusura (sette, se non ricordo male, in cui Meta fa di tutto per offrirti l’opzione di cambiare idea) ho scoperto i vari legami dell’account con pagine anche inattive create in passato e account pubblicitari sui quali Meta mi chiedeva di prendere decisioni. Sono tornata indietro e ho cancellato tutto quello che trovato. Disconnesso metodi di pagamento, cancellato pagine inattive da anni, cancellato legami con account Instagram che non esistevano più, e via così.

Gli ostacoli che ho incontrato

È stato navigando in queste finestre e in modo assolutamente non immediato o intuitivo che ho scoperto che il mio account Facebook era soggetto a restrizioni apparentemente per inserzioni rifiutate anni prima.

Siccome erano passati più di 90 giorni da quel rifiuto, Facebook non mi permetteva di scoprire di quali inserzioni si trattasse o quale fosse il problema. Ho provato a contattare l’assistenza ma l’opzione non era disponibile. Non esisteva un pulsante per farlo, un contatto diretto. Potevo solo accedere alle pagine generiche di spiegazione del funzionamento delle restrizioni, senza avere riscontro sulla mia situazione diretta.

È parecchio frustrante vedere un problema e non avere gli strumenti per indagarlo o anche solo tentare di risolverlo. La razionalità mi diceva che anche in queste condizioni difficilmente Meta poteva impedirmi di cancellare l’account (i famosi Termini di Servizio lo confermavano sostanzialmente), per cui dopo qualche giorno di frustrazione ho ritentato il procedimento di eliminazione.

Sembrava andare a buon fine… ma la pagina si bloccava in modalità di elaborazione e quando la ricaricavo mi trovavo a dover ricominciare la procedura da zero. Di nuovo e di nuovo. Senza soluzione di continuità. La sensazione di essere “intrappolata” in una piattaforma da cui hai deciso di andartene è parecchio fastidiosa… e aumenta la convinzione a concludere, se ce ne fosse stato bisogno.

La svolta: ho chiesto aiuto

La maturità di chi è freelance arriva il giorno in cui sei capace di riconoscere il momento di delegare. Lavorare in proprio richiede una buona dose di spirito imprenditoriale che di volta in volta ci spinge a imparare nuovi strumenti, nuove nozioni e norme, per difenderci dai rischi (soprattutto di obsolescenza) e dotarci di strumenti per essere autosufficienti. Anche quando si lavora in azienda si parla di “intraprenditorialità” come di una dote utile alla leadership.

Ma come la leadership si completa con la competenza della delega, così anche l’imprenditorialità di noi freelance è completa solo quando siamo in grado di calcolare il rapporto costi-benefici di occuparci in prima persona di attività anche quando non ne siamo esperti o esperte. E scegliere di affidarci invece a una persona esperta del settore.

Tutto sto giro di parole per dire che al sesto tentativo di cancellazione account fallito ho lanciato un segnale di aiuto su LinkedIn e ho raccolto con gioia e gratitudine l’offerta di Federica Ciccariello!

Checklist pratica per chi vuole cancellarsi

Step 1: esporta i tuoi dati. Un tempo era semplicissimo, oggi richiede almeno tre click e può essere fatto solo attraverso il Centro Gestione Account di Meta, da cui bisogna selezionare l’opzione “Scarica le tue informazioni”.

il centro gestione account di Meta da cui scaricare le tue informazioni

Step 2: verifica account e pagine collegati. Anche questo richiede diverse esplorazioni, ma nel percorso di eliminazione dell’account Meta ti dice direttamente quali sono e puoi tornare indietro a eliminare tutto.

Step 3: disattiva le app connesse, soprattutto quelle che non sapevi di avere 😅. Anche in questo caso per fortuna Meta ha un promemoria nel percorso di eliminazione dell’account. Peccato non sia evidente che fino a che non rimuoverai le app connesse Meta non potrà eliminare il tuo account. Quindi eliminale.

Step 4: elimina pagine amministrate. Vedi il punto 2. Ma è importante, quindi meritava una ripetizione.

Step 5: gestisci gli account pubblicitari. Sempre come il punto 2. Qui considera che non è detto che un account pubblicitario con restrizioni attive non si possa eliminare, ma vale la pena indagare.

Step 6: comunica la decisione alla tua rete e trasferisci connessioni importanti. Hai diversi modi per farlo. Io ho scritto messaggi personali alle poche connessioni Facebook con le quali non avevo già scambiato numero di telefono in passato. Ma puoi anche decidere di fare un post sul tuo feed in cui annunci la tua decisione e chiedi a chi vuole rimanere in contatto di scriverti privatamente. Considera che potrebbero esserci poche persone nella tua cerchia che ancora usano attivamente Facebook.

Step 7: procedura finale di cancellazione. Sempre dal Centro Gestione Account puoi accedere alla sezione “Proprietà e controllo dell’account” e proseguire per “Disattivazione o eliminazione”.

Il centro gestione account da cui puoi disattivare o eliminare l'account Facebook

Step 8: periodo di ripensamento (30 giorni). Meta non cancella immediatamente il tuo account. Lo disattiva per 30 giorni nel corso dei quali hai tempo di ripensarci… o accorgerti che in effetti puoi vivere benissimo senza e proseguire.

Step 9: verifica dell’eliminazione effettiva. Per sicurezza, scaduti i 30 giorni, prova a rientrare o a chiedere a qualche parente/conoscente di verificare che il tuo account sia effettivamente scomparso.

Intervista a Federica Ciccariello

Due righe su Federica, per contestualizzare la situazione. Me l’ha presentata Daniela Scapoli di cui mi fido ciecamente (e che è un terzo del mio mastermind Female Relief) e ha oltre 10 anni di esperienza come social media manager freelance. Si occupa completamente dei canali social di alcune aziende importanti e in agenzia l’abbiamo incontrata per allargare la nostra rete di collaborazioni esterne. In quella prima call mi è apparsa subito una persona molto in gamba, aperta e disponibile e pacatamente assertiva nella sua professionalità.

Siamo rimaste in contatto su LinkedIn e leggere del suo background (ha una laurea triennale in Studi Arabo-Islamici) e del suo attivismo in ACTA (l’Associazione dei Freelance) ha solidificato la mia impressione positiva.

È così capace che non solo mi ha risolto la situazione in mezz’ora di call, ma si è anche messa in gioco a rispondere alle mie domande per questo post:

Quali sono le casistiche più comuni di blocco nella cancellazione di account Facebook?

Nella stragrande parte dei casi sono relative a profili che hanno qualche ruolo in un Business Manager (non sempre settato a dovere). La casistica che mi è capitata più spesso è quella di profili che sono amministratori di account pubblicitari bloccati o con restrizioni (per violazioni delle policy di Meta, per credito non saldato, per account che non hanno aggiornato tutte le verifiche richieste da Meta). Spesso l’utente non è neanche a conoscenza di queste restrizioni e dei motivi che le hanno causate perché, diciamolo, il Business Manager potrebbe a tutti gli effetti essere un girone dantesco infernale della Divina Commedia dei Millennials.

panoramica account da cui risultano restrizioni dal 1 novembre 2023

Per dire, le restrizioni al mio account si riferivano apparentemente a inserzioni rifiutate a novembre 2023… peccato che io avessi creato le ultime nel 2020. Siccome ovviamente non mi ero accorta del problema entro 90 giorni, a questo punto non eravamo neanche più in grado di risalire a quali inserzioni e a quale fosse il problema a monte.

Cosa abbiamo fatto per risolvere il mio caso specifico?

Per prima cosa abbiamo controllato tutti i Business Manager in cui avevi qualche ruolo, poi gli account pubblicitari e ci siamo accorte che il tuo account aveva restrizioni, di cui non sapevi la genesi. Abbiamo allora indagato in tutte le risorse business a cui avevi accesso e abbiamo eliminato tutte le risorse da chiudere ma non siamo riusciti a venirne a capo, fino a che, riprovando ad eliminare l’account ci siamo accorte di un piccolo avviso: in passato avevi creato (senza volerlo) tre app per tre Pagine che gestivi. Essendo tu l’unico sviluppatore ad averne accesso abbiamo dovuto prima eliminare le app dalla piattaforma Developers e poi siamo riuscite finalmente a completare la richiesta per eliminazione degli account.

finestra del processo di eliminazione account FacebookAggiungo io che col senno di poi sospetto le “app” fossero le tab nelle pagine al tempo in cui esistevano e si potevano customizzare in simil-landing page. Sì, un tempo c’era anche quello su Facebook. Ma potrei sbagliarmi del tutto!

Quali consigli daresti a chi vuole eliminare il proprio account Facebook?

Meta offre due possibilità: eliminazione dell’account (definitiva) e disattivazione dell’account.
In quest’ultimo caso il profilo scompare e sembra a tutti gli effetti non esistere più, ma voi potete riattivarlo in qualsiasi momento. Visti i motivi che ti hanno spinta a eliminare il tuo account Facebook, non c’era motivo di valutare una disattivazione, ma potrebbe essere un’opzione utile a chi vuole cancellarsi da Facebook ma non ha ancora certezza di volerlo fare in modo definitivo.

Per il resto, la checklist che hai scritto tu sopra è già perfetta.
Aggiungerei un solo consiglio per chi è amministratore di Pagina o di Business Manager: se non sono attività di vostra proprietà e di cui avete la totale gestione e responsabilità, controllate sempre, prima di abbandonarli, di aver inserito un collega e di passare il testimone a qualcuno. Così facendo risparmierete, a chi verrà dopo di voi, ore di chat con l’assistenza Meta 🙂

La vita dopo Facebook

E dopo? È passato un mese dall’effettiva eliminazione del mio account Facebook e tanto per cominciare nulla è cambiato nella mia convinzione e nella mia vita lavorativa (o personale) senza questo canale. Ora in più ho una sensazione (magari fittizia) di maggiore libertà di movimento, di comunicare online senza un peso morto invisibile di stati scritti in terza persona.

La verità è che la mia presenza digitale era già cambiata da anni. Avevo deciso che avrei investito la gran parte del mio tempo e della mia attenzione su questo sito, questo blog, sulla mia newsletter, sulle relazioni concrete che a volte nascono su LinkedIn ma spesso anche nella vita quotidiana. Continuo a consigliare a chi me lo chiede di rivedere con cura il tempo che dedica nella giornata a coltivare pubblici di proprietà di altre piattaforme o a produrre contenuti di cui beneficia marginalmente.

Non sarebbe più efficiente ed efficace dedicare quel tempo a produrre contenuto di qualità su un sito di tua proprietà, dove il contenuto resta accessibile a chiunque come l’hai pensato e concepito?

Non esiste una piattaforma “pura”

Chiaramente nessuna piattaforma è perfetta o immune da problemi. Non quelle di cui siamo proprietari non quelle in cui siamo in affitto. Di recente l’autrice Glennon Doyle ha provato a entrare su Substack ed è durata una settimana. Messa in fuga dalle accuse di portare il suo privilegio a occupare spazio e visibilità che dovrebbe rimanere disponibile per autori e autrici meno celebri. Eppure Substack sembra un ecosistema felice di creator e contenuto artistico, colto e ‘gentile’.

D’altra parte costruire un pubblico da zero su una piattaforma proprietaria richiede anni e sforzi immani.

Insomma, non esiste una piattaforma “pura”, al di sopra di ogni inconveniente o controindicazione. Ma è comunque possibile allineare i propri valori con la propria presenza digitale, ognuno a suo modo. Ciascuno negozia liberamente e quotidianamente valori e pratiche, e credo sia lecito stabilire di volta in volta dove tracciare una linea. Senza pretendere che la propria decisione sia quella giusta né di trovare scelte giuste in assoluto.

Per questo sottolineo così spesso e insistentemente il tema della “consapevolezza”. In un articolo sulle strategie di marketing digitale dicevo che la consapevolezza richiede tempo e visione, ed è ciò che distingue una scelta strategica, di portata ampia e duratura, dalle decisioni del momento (che foto pubblico oggi? la metto nello stato di WhatsApp?).

Per questo, oltre che un racconto e una guida, questo post è soprattutto un invito aperto alla riflessione. Considera le tue scelte digitali: come vuoi farle? In che direzioni vuoi portarle? Come i sempre i commenti sono aperti 😉

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